Nella trasposizione cinematografica di Saverio Costanzo, ci sono le foglie in locandina, e sono un'illusione. Evitate gente. Il costo del biglietto si può risparmiare.
Con buona pace della rilettura originale, si tratta di un trailer di 118 minuti con la musica a volume alto. Una sincope imbastita al buio: l'alterazione circolo-respiratoria è a carico dello spettatore. Una cacofonia di spezzoni destrutturati fino al punto da risultare sconclusionati. La telecamera è puntata sui protagonisti-numeri primi, il resto rimane fuori. Il resto è soltanto la storia, che non passa.
C'erano, nel testo, due giovani vite traumatizzate che si avvicinano l'una all'altra ma non abbastanza da superare il doloroso senso di colpa del numero che sta in mezzo a fare muro. C'erano altre figure che si muovevano tra le pagine lasciando traccia. Non c'è nulla di tutto questo nel supposto film. Ci sono le foglie in locandina, in memoria.
Le trasposizioni cinematografiche dei testi letterari sono spesso deludenti. Abbiamo imparato che la delusione è un pozzo sfondato. Sappiamo che la delusione non è mai originale.
Non ci si aspetta la fedeltà testuale, del resto la fedeltà veste i panni dell'araba fenice e nessuno si prende la briga di andare a cercarne il nido. Ci si aspetta una storia, magari fatta a pezzi come un puzzle e noi intraprendenti vorremmo ricostruirlo - il puzzle - ma dateci almeno i pezzi. Ci si aspetta che, tra un flashback e un flashforward, passi la comprensione e con essa si possa trattenere un'emozione, una qualsiasi che giustifichi la fila al botteghino e l'astinenza da nicotina. Ma in realtà il film, cioè il trailer, è molto bello. È il nostro intelletto che difetta della capacità percettiva dell'orrore del dolore, o del dolore nell'orrore. Sempre di cacofonia si tratta.
Chi ha letto il libro si sente derubato del costo del biglietto e della fugace trepidazione che passò tra le righe. Chi non ha letto il libro, non lo leggerà dopo il film. Chiederà di dimenticare la visione dell'incubo preso a sciabolate dalla censura onirica.
Al cinema. abbiamo avuto modo di osservare le reazioni di chi è rimasto in sala fino alla fine, sì, perché alcuni sono andati via prima, incespicando nel buio e lamentando la mancanza di didascalie a cui aggrapparsi. A luci accese, i più ostinati avevano facce perplesse e chiedevano lumi allo sguardo vuoto del vicino di poltrona. Gli spettatori non sono stati condotti sulla soglia della comprensione, in compenso sono arrivati da soli sulla soglia della dispersione.
Quello che a noi rimane del libro è l'illusione ( perché di questo si tratta) che ci si possa alla fine alzare da soli, con un po' di fatica, e che ci possa bastare una giornata come tante. Quello che rimane del film - trattandosi di sincope - è la rottura, di balle, per una originalità di 118 minuti lunghi da reggere. Non ci scusiamo per non aver saputo reggerne il peso. Siamo consapevoli di essere in solitudine senza avere il privilegio di essere numeri primi.




