Martedi, 21 Maggio 2013

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Castello Normanno di Paternò

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Storia del Castello Normanno di Paternò

 

 

Orazio Laudani, nostro collaboratore da tempo impegnato alla costruzione del portale Paternese, ci invia la storia del castello di Paternò.

Inseriremo quanto prima anche delle foto esplicative molto interessanti.

 

Ringraziamo Orazio per la sua costanza e per aver reso Paternesi.com unico nel suo genere.

 

Grazie Orazio.

 

 

 

IL CASTELLO normanno di paterno'

Sentinella  della   città , occhio vigile   sulla  pianura del Simeto, con

la sua imponenza  il  castello  normanno  è   il   monumento simbolo di

Paternò tant'è che rappresenta lo stemma ufficiale sul  gonfalone del

Comune: una torre merlata ghibellina aperta e finestrata  sostenuta da due

ceraste dragonali controrampanti.

Il castello normanno  è posizionato

sulla vetta  della collina e dalle sue feritoie si può tranquillamente

vedere oltre alla pianura intorno  e alle prime montagne, anche  un tratto

della costa ionica  a sud di Catania e il rilucente mare. La torre si nota

da molto distante e la sua struttura massiccia è ingentilita da due enormi

bifore, contornate da  conci  di pietra  calcarea, che danno luce alla sala

grande del maniero. Proprio per questa sua posizione strategica si dice che

poggi su una primitiva costruzione araba e possiamo tranquillamente pensare

che anche i romani avessero qui una loro "vigilia" un posto cioè dove poter

vigilare. Una tecnica consolidata dell'Urbe consisteva infatti  nel

costruire torrette di avvistamento a guardia delle proprie strade  e del

territorio e dalle quali poi con un sistema di segnali a specchi o con

torce, comunicare con le vicine torri di avvistamento e infine direttamente

con Roma  per avvisare di qualche pericolo imminente. Roma in pratica

riusciva, quasi in tempo reale, a muovere truppe o spostare accampamenti in

virtù di questo sistema di comunicazione ottico.

E' perciò molto probabile che  la sommità collinare era l'occhio vigile

sulla piana del Dirillo e forse  anche  su un tratto di  mare. All'epoca

dalla collina si poteva  controllare il ponte romano  di Pietralunga e la

sua strada come pure   l'acquedotto che riforniva l'antica Catania ,

anch'esso transitante per Paternò o la stessa Inessa o Ibla, come veniva

chiamata a quel tempo il primitivo nucleo della città delle arance. Anche a

un occhio poco attento non può sfuggire l'impianto   romano dell'ipostazione

urbanistica  del centro storico: un decumano ( la strada dritta nel senso

est-ovest)  e il cardo (che incrociava nell'attuale quattro canti con

l'arteria che si prolungava nel senso nord-sud). Tutt'ora sono ancora queste

le strade principali del centro  abitato di Paternò.

La torre  si erge maestosa sulla    collina e si leva dalla pianura quasi a

monito per chi  non avesse  sentimenti pacifici. E' alta trenta metri, 24,30

di lunghezza e 18 di larghezza. Le  mura, in pietra lavica   sono più spesse

alla base   (tre metri )  e man mano che si sale diminuiscono di spessore (

2,60),  anche per dare più leggerezza alla struttura. Le scale viaggiano

all'interno del perimetro murario nord e vengono illuminate da una serie di

feritoie che potevano essere usate anche  per  difendersi dagli aggressori.

La spaziosa  terrazza funzionava anche da enorme catino per  raccogliere

l'acqua piovana e un sistema di tubi interni, viaggianti dentro le  mura ,

portava il prezioso liquido alla cisterna  che stava alla base del castello

. Appena entrati infatti si trova il pozzo-catino  attraverso il quale si

poteva attingere l'acqua.

Si accede al castello attraverso una scala in pietra sul lato nord e

attraversata la porta ci si imbatte a sinistra nella  graziosa Cappella

costituita da una navata unica a forma rettangolare, con soffitto ogivale e

abside semicircolare. E' sicuramente l'ambiente più affascinante,

praticamente l'unico che porta segni artistici di un certo rilievo risalenti

alla prima metà del XIII secolo. Di fronte ci sono dei medaglioni recanti i

simboli dei quattro evangelisti e al centro un Agnus Dei. Lungo le pareti si

distinguono un'Annunciazione e il santo dei cavalieri, san Giorgio.

Quest'ultimo santo era vivo nella devozione di  Ruggero il Normanno  tant'è

che nel lato ovest della collina questi costruì una chiesa intitolata al

santo, come forma di ex voto per aver strappato la bandiera dei saraceni dal

colle di Paternò. Dentro questa chiesa, ora intitolata a S. Francesco

d'Assisi e recentemente restaurata, sembra si conservino   resti di Federico

II d'Aragona. Accanto a questa chiesa fu edificato anche un ambiente

signorile  che era una sorta di palazzo  reale  per incontri di

rappresentanza. Il piano terra del castello   si conclude con gli ambienti

più scoscesi , umidi e tristi: le prigioni. Rimangono segni , come di sangue

ormai deteriorato, su  alcuni  frammenti  basaltici quasi a ricordarci il

triste ufficio di questo luogo. Due rampe di scale  basaltiche ci portano al

primo piano dove trova spazio  un grande salone  illuminato da quattro

bifore, il resto è composto da tre  stanze quadrate. Dal primo piano si

passa al secondo attraverso   una scala piuttosto angusta.  Si arriva così

al salone delle feste, una grande stanza illuminata da due bifore nel senso

est ovest. Un'ultima scala ci porta alla  terrazza  da dove si può ammirare

un panorama totale della pianura con l'Etna sempre fumante. La veduta del

vulcano da questa posizione è unica: si apprezza la possanza del gigante di

lava assieme all'eleganza della sua struttura che sembra quasi sbucare dalla

terra.

 

Suggestivo, imponente, solitario ma anche triste e melanconico, il castello

ci ricorda i tempi in cui le città dovevano essere difese con le armi da

predoni e nemici. I centri urbani vivevano periodi di pace con la paura di

attacchi improvvisi. La collina infatti all'epoca era cinta da una struttura

muraria e sette porte davano la possibilità di accesso.

Ruggero D'Altavilla, il normanno, è l'autore della costruzione del

fortilizio paternese. Abile condottiero, conquistò la Calabria ai Bizantini

e la Sicilia agli Arabi; alla morte del fratello Roberto il Guiscardo

divenne il più potente  signore normanno della penisola e godette  del

conferimento della  legazia apostolica in Sicilia nel 1099, due anni prima

della morte. Come legato apostolico poteva perciò avere influenza diretta

nell'elezione dei vescovi.. Egli notò l'esigenza di contrapporre

all'elemento arabo ormai presente, la cultura cristiana e vedeva di buon

animo il nascere di comunità religiose cattoliche  per riaffermare il culto

cristiano; faceva parte infatti del suo seguito anche un monaco, Goffredo

Malaterra.  In un mondo in cui infuriavano guerre e disordini, violenze e

corruzione, i monaci dei  monasteri benedettini sviluppavano un nuovo

modello di società, dove al posto del concetto di sfruttamento e del

privilegio subentrava la cristiana solidarietà fraterna.Il messaggio della

cultura della carità cristiana, pur con difficoltà, incomprensioni e anche

tradimenti, cominciava ormai a farsi strada.

La struttura del castrum o turris Paternonis, ricalca   opere simili della

Normandia e dell'Inghilterra normanna e  venne  edificato nel 1072 in pietra

lavica con  testate d'angolo e contorni delle bifore in calcare siracusano;

ciò gli confluisce una contrastante eleganza cromatica. Prima assegnataria

è la figlia del conte Ruggero, Flandrina, sposa di Enrico di Lombardia.

Attorno al castello e alla città sottostante la popolazione comincia  a

crescere inizialmente ad opera di  avventurieri al seguito dei conquistatori

e poi  di coloni  provenienti dal nord Italia   attratti dai privilegi a

loro offerti e anche dal   clima più mite  rispetto a quello più rigido del

nord. Questo incrocio di  tipologie umane è ancora visibile  tutt'oggi  dove

a tipici  isolani  si trovano caratteristiche nordiche con tipi  alti e

biondi a ricordarci la loro lontana provenienza.

Comincia così un susseguirsi di ricchi  e potenti personaggi che , nello

scorrere dei secoli,  ruotano attorno al castello. La torre  diventa non

solo opera di difesa ma anche  simbolo di potere e luogo di diplomazia e di

governo.

 

Tanti sono i proprietari o gli assegnatari del castello specie  nei primi

secoli:   Enrico degli Aleramici nel XII secolo, Bartolomeo di Luce conte di

Paternò nel 1193,poi per concessione di re Federico II di Svevia la torre

pervenne a Galvano Lancia. Dopo il periodo degli Svevi comincia quello degli

Aragonesi. Nel  1360 sale al trono il giovane Federico III, "il semplice"che

celebrò a Paternò le nozze con Costanza figlia di Pietro IV Aragona ed

abitarono il castello fino alla loro morte.Nel  1431 re Alfonso cede  il

castello a Nicolò Speciale in ricompensa di servigi ricevuti nel governo

dell'isola e lo nominò viceré di Sicilia. In tale periodo Nicolò dispone di

un ingente potere grazie all'acquisizione di svariati possedimenti oltre gli

"stati" di Paternò, anche Nicosia faceva parte del territorio paternese.

Nel 1456 dopo la morte di Nicolò Speciale il castello passò al figlio Pietro

e successivamente al conte Guglielmo Raimondo Moncada, consigliere del re.

Nel 1531  al successore Francesco Moncada Luna viene conferito il titolo di

Principe dal re Filippo I di Sicilia e la sua famiglia ebbe la signoria del

castello fino agli inizi del XX secolo. La famiglia Moncada é d'origine

antichissima e risale a Depisfero, figlio del duca di Baviera,che attuò il

cambiamento nel nome in Montecateno, volgarmente detto Moncada. Famiglia di

abili condottieri, essa ebbe contatti con la Sicilia ad opera di Guglielmo

Raimondo che nel 1282 arrivò  nell'isola come militare per il Re Pietro

d'Aragona contro Carlo d'Angiò.

Il castello normanno, durante i secoli,  ebbe quindi non solo motivi bellici

ma anche amministrativi e residenziali. Tra i  personaggi storici che lo

hanno abitato il più famoso è Federico II di Svevia che vi soggiorno nel

1221 e nel 1223. Il castello fu poi abitazione della regina Eleonora

D'Aragona alla morte di Federico II D'Aragona avvenuta nel 1337. Divenne in

seguito dimora della regina Bianca di Navarra che nel 1405 dall'alto del

castello normanno promulgava le "Consuetudini della comunità di Paternò". Il

castello infine passò  alla famiglia Moncada, dinastia che governò la città

per quattro secoli e che lo adibì, per periodi, a pubbliche carceri. Alcuni

graffiti ne sono la triste testimonianza.Attualmente è sotto la tutela della

Regione Sicilia nella speranza di trasformarlo in sede di civico museo.

 

Orazio Laudani per www.paternesi.com

 

 

 

 

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