Immersi nell’agitazione del mondo di oggi, sempre assorbiti dalla fretta, dalla velocità e dal rumore, forse non ci è tanto facile concepire un ambiente differente.
Immaginare un monastero, con un chiostro austero, silenzioso, accogliente ed elevato, dove passeggiano dei monaci, senza fretta e raccolti, diretti ad una cappella illuminata solo dalla luce filtrata da belle vetrate colorate. Per esternare l’amore traboccante dai loro cuori, abitati dalla grazia, si uniscono in una sola voce per rivolgersi a Dio. All’unisono, intonano inni e canti che riempirono il tempio sacro di melodie soavi e rappacificanti …
Il canto gregoriano è una forma di musica differente da qualsiasi altra che venga oggi eseguita in Occidente. Distinto dalla polifonia, esso è perfezione che viene raggiunta quando il risultato è un’unica voce. Il canto gregoriano è caratterizzato dal suo ritmo libero, che sembra fluttuare nell’aria, libero dal tempo, in movimento ascendente e discendente simile alle onde del mare. Gli otto modi del canto gregoriano trasmettono una gamma più sottile d’espressione, con un equilibrio perfetto, sembrando sempre evitare gli estremi emozionali drammatici.
Se la persona si lascia condurre dalla sua armonia, è colpita dalla forza secolare di una forma di canto che porta con sé secoli di saggezza e riflette generazioni di talenti religiosi che hanno teso verso la perfezione delle loro melodie.
Uno dei più chiarificatori esempi del potere trasformatore di questo canto fu il modo in cui Papa Gregorio I, riuscì a smuovere le anime con più efficacia rispetto alle parole.
Durante i primi secoli del Cristianesimo i Padri della Chiesa videro nella musica un anello tra il mondo dei sensi e quello dello spirito che avrebbe potuto aiutare l’uomo nel processo di trascendenza spirituale.
La prospettiva medievale della musica è anche dimostrata da Boezio: “la musica è in tal forma parte della nostra natura che noi non possiamo farne a meno, anche se lo vogliamo”.
Parte dell’efficacia della musica nella conquista dell’accesso all’anima è stata attribuita alla sua innata qualità di piacere, oltre che ad essere importanti strumenti didattici di dottrina.
È curioso che il canto sacro sia fiorito e abbia acquisito la sua forma più perfetta in un ambiente dove, per favorire la contemplazione, i monaci avrebbero dovuto essere zelanti nel mantenere sempre il silenzio. Il canto, che riempieva la maggior parte delle ore di veglia, evidentemente non rompeva il silenzio interiore dei monaci, ma era consolante con lui e, di fatto, un suo frutto.
In momenti fugaci, la linea melodica del canto sembra addirittura interrompere la dimensione verbale e prendere in puro jubilus, un’espressione musicale di una gioia che va oltre le parole, che tipicamente orna una parola come Alleluia.




