Mercoled, 22 Maggio 2013

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Storia

Personaggi: Elisabetta I

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Elizabetta IfotoFiglia di Enrico VIII e di Anna Bolena, nasce a Greenwich 1533 ma fu dichiarata illegittima dopo la morte della madre. Educata insieme al fratellastro Edoardo VI ricevette una vasta educazione umanistica. Ebbe momenti critici durante il regno della sorellastra Maria Tudor. Salita al trono nel 1558, Elisabetta dovette subito affrontare una situazione interna ed esterna di grande difficoltà. Il problema più urgente era sistemare la questione religiosa, alla quale Elisabetta attese coadiuvata da abili consiglieri. Contraria ad ogni fanatismo, cercò con una prudente politica di pacificazione di riportare la tranquillità nel regno dopo le scelte contrapposte di Edoardo VI e Maria Tudor. Anche il rientro in patria dei fuorusciti protestanti che perseguitavano una radicale attuazione dei loro princìpi religiosi, minacciava ondate di fanatismo. Fu ristabilita, così, la supremazia regia sulla chiesa e la sua indipendenza dalla chiesa di Roma, ma in una forma più moderata e che non desse adito a nuove persecuzioni: l’Act of Uniformity (1559) ripristinò il Common Prayer Book e proibì ogni altra forma di culto e l’Act of Supremacy (1563) abolì nuovamente ogni giurisdizione pontificia in Inghilterra, ma Elisabetta evitò di assumere la qualifica di capo della chiesa.

Il problema religioso era anche intrecciato con quello dinastico. Fin dall’inizio del suo regno Elisabetta dovette difendere i suoi diritti al trono, contestati da più parti del mondo cattolico per la sua nascita illegittima, contro la candidatura di Maria Stuart, cattolica, regina di Scozia. La paura che la corona inglese fosse nuovamente minacciata spinse i parlamentari a rivolgere a Elisabetta frequenti petizioni affinché si sposasse al fine di assicurare la successione. Nessuna delle numerose trattative andò in porto. In queste occasioni Elisabetta fu fermamente intenzionata a garantire all’Inghilterra un avvenire di grande potenza marittima e commerciale, facendo leva sul sentimento di autonomia delle ingerenze straniere presenti nei suoi sudditi; per attuare questa politica si appoggiò a gruppi sociali economicamente più dinamici, avidi di nuove ricchezze, che la trasformazione del mondo agricolo feudale aveva portato alla ribalta.

Alla morte, nel 1603, Elisabetta designò come suo successore Giacomo VI. Il lungo regno di Elisabetta viene anche ricordato come epoca elisabettiana in cui si sviluppa la poesia, la letteratura e il teatro.

Ultimo aggiornamento Sabato 02 Febbraio 2013 21:52

Inchiesta: La vita nell'Antico Egitto

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vita antico egittofotoGli Egizi mantennero un alto livello di civiltà per 3000 anni circa. Questa stabilità fu data dalla loro struttura sociale e dalle credenze religiose. L’Egitto contava diversi milioni di abitanti in maggioranza contadini che venivano assegnati a nobili proprietari terrieri o a templi. Vivevano in casupole di fango, mentre i ricchi nobili possedevano grandi case con bagni, cortili e vestiboli. I contadini coltivavano frumento e orzo, producevano il lino per tessere la tela e allevavano bestiame.

Nei villaggi e nelle città abili fabbriferrai fabbricavano martelli, seghe, trivelle di bronzo e di rame; carpentieri costruivano utili oggetti di legno; gioiellieri creavano ornamenti d’oro, di turchese e corniola; tessitori lavoravano preziose stuoie e cuscini per le case dei ricchi. La maggior parte dei servi, degli artigiani, dei mercanti e dei soldati credeva in una religione esercitata da sacerdoti che ornavano il faraone come il dio-re regnante. La religione aveva una parte fondamentale nella vita di ognuno: più di 2000 divinità governavano eventi come la nascita e la morte, erano mensionati da tutti ed erano associati alla numerazione e così via; Osiride dio della morte e Ra dio del sole, erano dei venerati in tutto il territorio. Nell’Antico Regno gli uomini credevano che ogni faraone vivente fosse il figlio di Ra e che ogni faraone morto fosse Osiride. Ritenendo che il benessere dei faraoni dopo la morte contribuisse alla prosperità dell’Egitto, i sacerdoti mummificavano i loro faraoni morti e li circondavano di cibo, vino, pietre preziose e mobili seppellendoli dentro piramidi, destinate appunto ad aiutare l’anima dei faraoni ad andare in cielo.

In teoria tutto l’Egitto apparteneva al faraone, ma in realtà molte famiglie si passavano in eredità i possedimenti di generazione in generazione per mezzo del “documento della casa”, una specie di documento legale. La proprietà veniva trasmessa in linea materna, poiché le donne ricoprivano un posto importante nella società. Ogni faraone governava per mezzo di funzionari i cui capi erano cancellieri e ministri. I principi, il cui titolo era ereditario, governavano una provincia e amministravano la giustizia per mezzo delle loro stesse corti, mandando però le cause più importanti al Gran Kebet, o alta corte, che si trovava nella capitale.

Ai confini d’Egitto funzionari speciali esigevano le tasse per l’erario. Non era ancora stato inventato il denaro sotto forma di moneta, cosicché di solito le tasse venivano pagate con merci. Gli agricoltori, ad esempio, pagavano con il grano e con questo i faraoni pagavano i loro servi e alimentavano l’Egitto durante gli anni di carestia. I faraoni, sebbene potentissimi, dipendevano dai sacerdoti e dagli scribi per mantenere il regno a tale livello di civiltà, poiché essi soli conoscevano l’astronomia e la matematica e una forma di scrittura per registrarle. Essi inventarono il calendario di 365 giorni e per risolvere il problema del quarto di giorno in più per ogni anno, aggiunsero un anno intero ogni 1460 anni.

Nelle scuole dei templi si imparava a scrivere sui rotoli di papiro, una carta ricavata dalle canne di papiro; lunghe circa 30 metri potevano contenere tanto testo quanto un’intera biblioteca di tavolette d’argilla. Uno scolaro doveva conoscere alla perfezione centinaia di segni prima di essere in grado di leggere, scrivere o far calcoli. Gli Egiziani avevano inventato un sistema di cifre che permetteva loro di contare fino al milione, ma era un sistema mal costruito che richiedeva 27 cifre per scrivere il numero 999.

Sebbene in certo qual modo l’Egitto fosse meno evoluto della civile Mesopotamia, la sua civiltà prosperò con successo attraverso i secoli.

Ultimo aggiornamento Domenica 25 Novembre 2012 14:11

Civiltà: L'Italia preromana

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etruschifotoCon il nome “Italia”, inizialmente veniva indicata solo la Calabria; nel III secolo a.C. l’Italia coincideva con la parte a sud dei fiumi Magra e Rubicone; nel 49 a.C., divenuta romana anche la Gallia Cisalpina, fu considerato Italia anche il Nord, mentre Sicilia e Sardegna furono unite all’Italia solo nel III secolo d.C. con la riforma di Diocleziano.

Le prime comunità umane in Italia risalgono al tardo Paleolitico. Gradualmente si passò dalla caccia e dalla raccolta alla coltivazione del terreno e quindi a forme stabili di insediamento. Nella seconda metà del III millennio a.C. si cominciò a lavorare il rame. Agli inizi del II millennio a.C. si formarono alcune civiltà al nord, intorno ai laghi lombardi e si diffuse la civiltà detta delle “terramare”, dai depositi di terre grasse rivenuti archeologicamente nelle zone di Modena e Piacenza. La civiltà più progredita, la villanoviana, comparve alla fine del II millennio a.C. nella zona di Bologna. Iniziò poi la penetrazione di popolazioni indoeuropee dell’Europa centro-orientale che spinsero a sud le popolazioni già esistenti. Gli Italici si insediarono nella parte cento-sud della penisola, costringendo i siculi ad emigrare in Sicilia. Con il nome “Italici” i Romani indicarono poi le popolazioni non latine assoggettate nella penisola con una serie di guerre che caratterizzano la fase più antica della loro storia.

Con la nascita della civiltà etrusca cominciò anche la colonizzazione e la trasmissione della cultura greca a Roma. Gli Etruschi furono l’innesto di elementi stranieri sulla preesistente cultura villanoviana, nell’area compresa tra l’Arno e il Tevere. Essenzialmente urbana, si organizzò in città-stato che, a scopi religiosi ed economici, diedero vita a una lega formata da dodici città (dodecapoli). Ogni città era retta dal re (detti lucumoni) e magistrati eletti tra i membri della casta aristocratica. L’autonomia di Roma e la crescita della sua potenza si intrecciarono con la decadenza etrusca. La scarsità di notizie precise intorno agli Etruschi deriva dal fatto che non hanno lasciato una letteratura e la loro lingua è stata decifrata con l’aiuto di testi brevissimi, perlopiù iscrizioni sepolcrali. La centralità del culto dei morti presso gli Etruschi è attestata dalle numerose necropoli, infatti, erano convinti che il defunto conservasse l’individualità congiunta alle proprie spoglie mortali, concepirono il sepolcro come un’abitazione sotterranea , arredata con letti, tavoli, utensili e affrescata da vivaci pitture. Vi erano schiavi adibiti ai lavori più pesanti, ma anche schiavi semiliberi che, per i loro meriti, potevano condurre una vita migliore e anche elevarsi socialmente.

 

L’arte etrusca è una sintesi di elementi greci, fenici e di caratteri propri, fu un punto di riferimento per l’arte romana. Al VI secolo a.C. appartengono alcune delle tombe più ricche di dipinti. Il bucchero fu un prodotto tipico dell’artigianato locale, una ceramica di impasto scuro con cui si facevano oggetti diversi. La più importante novità in campo architettonico, assimilata anche dai Romani, fu l'introduzione dell’arco tra il III e il II secolo a.C., il cui elemento portante era la “pietra a cuneo” funzionante come chiave di volta per ottenere l’equilibrio di tutti gli elementi.

Ultimo aggiornamento Martedì 23 Ottobre 2012 19:49

Personaggi: Ottaviano Augusto, primo imperatore romano

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ottaviano augustofotoCaio Giulio Cesare Ottaviano nacque a Roma il 23 settembre del 63 a. C. fu adottato da Cesare e rivendicò i diritti di figlio ed erede del dittatore. Il rifiuto di Marco Antonio a consegnarli la sottratta eredità fece sì che intorno a lui si riunissero tutte le forze che, alla morte di Cesare, volevano riprendere le antiche posizioni. Ne sorse di conseguenza il conflitto con Antonio, il quale fu vinto in due battaglie a Modena (44-43 a. C. ) e riparò in Gallia. Allo scopo di fronteggiare il pericolo dei repubblicani, venne a un accordo con Antonio costituendo con lui e con Lepido il secondo triunvirato (43 a. C.). Assieme con Antonio vinse a Filippi, Bruto e Cassio (42 a. C.).

Grazie alla vittoria ad Antonio venne assegnato il comando in Oriente, ma i suoi accordi con Cleopatra e il desiderio di voler trasformare l’Impero romano in una monarchia orientale, portarono Augusto alla guerra contro Antonio e Cleopatra, che a Azio (31 a. C.), ne uscirono sconfitti. L’era delle guerre era terminata, divenuto padrone dell’Impero, dovette risolvere il problema costituzionale: inserì la monarchia nel nuovo regime e grazie al proconsolato ebbe anche il potere militare e la potestà tribunizia, che gli conferiva, col diritto di veto, una posizione dominante fra le altre magistrature. Nel 12 a. C. fu fatto pontefice massimo, nel 2 a. C. ebbe il titolo di pater patriae. L’opera di Augusto chiuse definitivamente la crisi della repubblica, ormai inadeguata a reggere lo stato attraverso l’oligarchia sanatoria, sostituendo un regime monarchico solidamente stabilizzato sull’esercito e sul dominio delle province: in ciò fu continuata l’opera di Cesare, salso che Augusto volle evitare ogni aspetto di usurpazione e di dittatura giustificando il suo regime dal punto di vista repubblicano. L’imperatore attuò anche una grandiosa riforma nell’organizzazione dello stato. Oltre alla soluzione costituzionale, l’opera veramente grandiosa di Augusto fu la realizzazione dell’unità dell’impero, cioè la collaborazione armoniosa degli elementi eterogenei che lo componevano sotto una forza regolatrice, che assicurava il benessere e la pace, soddisfacendo l’antico ideale dell’abolizione delle guerre tra i partecipi della stessa civiltà.

L’amministrazione fu messa nelle mani di funzionari dipendenti dall’imperatore, formando così una nuova categoria di burocrati e determinando l’ascesa della classe equestre. Si occupò di dividere le province in sanatorie e imperiali, creò il fisco imperiale con il reddito delle province da lui dipendenti, inoltre creò le vie, acquedotti e la monetazione in oro e argento. Combatté il malcostume con una vasta legislazione che metteva le associazioni sotto il controllo dello stato, puniva le malversazioni elettorali, tutelava la famiglia.

Il problema della sua successione lo preoccupò molto; apparvero prima designati il nipote Marcello, ma morì, successivamente Agrippa ma anche lui morì, poi i figli di Agrippa Caio e Lucio Cesare ma morirono rispettivamente nel 4 e nel 2 d. C.

Inchiesta: Come nasce un fascio, il caso di Catania

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fascifoto

Il criterio interpretativo prevalente della storiografia sui fasci siciliani è stato quello di privilegiare la dimensione rurale del movimento. I fasci sono stati considerati soprattutto come movimento contadino, colto in una delle sue fasi più alte di mobilitazione politica e sociale. Nel secondo dopoguerra questa corposa tradizione di pensiero è stata ereditata dalla storiografia d’ispirazione marxista e cattolica, che ha preteso di rintracciare nelle campagne e nelle lotte contadine le radici più autentiche della questione meridionale. Gli studi più recenti hanno però smontato lo stereotipo di una Sicilia identificata come immobile società rurale, proponendo invece un’immagine della Sicilia come terra di città.

Ripercorrere le tappe principali della nascita del fascio a Catania serve a chiarire la natura politica del movimento, sull’onda della questione morale sollevata in Italia dagli scandali bancari e dalla corruzione. Catania stava in effetti pagando i guasti di un’urbanizzazione caotica, che sull’onda delo sviluppo agro-industriale legato all’esportazione vinicola, agrumaria e alla raffinazione degli zolfi aveva visto crescere sempre più la sua popolazione. La speculazione edilizia e gli appalti pubblici pilotati da tangenti e mazzette avevano alimentato una disordinata espansione del credito, cosicché accanto alle filiali della Banca Nazionale e del Banco di Sicilia si erano aperti negli anni Settanta gli sportelli di nuovi istituti, come la Cassa Principe Umberto e la Banca Depositi e Prestiti, che però si lanciarono in operazioni avventate o fallimentari, con il risultato di provocare un inevitabile crack finanziario in coincidenza con la crisi agraria. Non l’arretratezza, dunque, ma uno sviluppo senza obbiettivi e senza regole aveva messo in ginocchio il dinamico polo urbano e commerciale della Sicilia.

La questione morale e la denuncia degli scandali bancari fecero da traino alla rimonta elettorale della minoranza repubblicana e socialista, che fece presa sull’opinione pubblica. Occorreva una nuova crociata contro i ladri in guanti gialli, contro le camorre affaristiche colpevoli del disastro. L’occasione per tenere alta la mobilitazione politica in città fu data dalla celebrazione del primo centenario della rivoluzione francese. De Felice non esitò a paragonare la tensione rivoluzionaria del 1789 a quella del 1889, in cui prometteva riforme sociali e spazi di partecipazione sperimentati in una città meridionale. Il 16 novembre 1889 gli elettori catanesi decretarono il clamoroso successo della lista antigovernativa, inaugurando la prima stagione del popolarismo siciliano. De Felice fece indire un periodo di feste nella città con lo scopo di costruire nell’immaginario collettivo di una Catania popolare, alternativa dei banchieri falliti e dei politici corrotti, e nello stesso tempo verificare la reale consistenza del movimento radical-socialista in Sicilia. L’obiettivo non fu raggiunto per l’intervento repressivo del governo Crispi. Venne lanciata la proposta di unire in un solo fascio tutte te associazioni operaie democratiche della Sicilia, contro il governo Crispi. Erano così gettate le basi del primo fascio dei lavoratori. Invano Crispi, avrebbe sciolto d’autorità il consiglio comunale e fatto arrestare lo stesso De Felice, che portava con sé una valigetta di documenti riservati sulle collusioni politico-affaristiche dei liberali catanesi. Il primo maggio 1891 una grande manifestazione cittadina sanciva la nascita ufficiale del fascio, che avrebbe generato subito un movimento organizzativo a catena in ogni comune dell’isola. Non le lotte contadine ma la questione morale sollevata in una grande città contro la prima tangentopoli della storia d’Italia dava origine alla marea montante dei fasci siciliani.

Ultimo aggiornamento Domenica 23 Settembre 2012 18:21

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